Gooseberries and elderflower. It is all about them these days, about how good they taste together --as though they were a sort of newly weds. In fact, they are not at all a new couple, and yet their popularity is still high. In this season, everywhere we see pavlovas, fools, cakes, pies, tarts and crumbles filled with sour, greenish berries and sweetened with flowery syrup.
My first experience with elderflower cordial was actually in France. It was at a small pig farm near Dijon that we visited during the Master's program, where I had the most mind-blowing charcuterie lunches in my whole eating life. Big trays of paté en croute, jambon persillé, rillettes and more were attacked by ravenous Gastronomy students until no pork was left on the table. On the side, each of us received a small serving of mixed salad, never enough to put to sleep our desperate need for fibers, but something. Fair enough --it had to be all about the meat. Did I mention the bread? Pain de campaigne like no other, crusty, woody, smoky and whose crumb was as open and sweet as a ripe fruit. At one point during the lunch, it was hard to say if we needed more bread for the rillettes, or more rillettes for the bread. In doubt, we kept eating until everything was gone. Trays cleaned, they changed them with big bowls of fromage blanc and crème fraiche as dessert, as fresh as it gets. The matter wasn't wether we wanted dessert --no one says no to such a gift of the Gods, such a dairy miracle, such a luscious candid perfection. Rather, it was about the topping: fleur the sel for the lovers of savory, cane sugar for the sweet teeth, or elderflower syrup (there called sirop de fleur de sureau), for the romantics. I was all for the latter, as it was something new to me, and curiosity is always my first motor --you can call me Ulysses. Its delicate, flowery scent, the elegant lush gained me half way through the first spoonful --the combination of tart fattiness of the cream and cheese and light, floral sweetness of the elderflower syrup (or cordial) was perfectly disarming. I ate it all, slowly, wishing for one more scoop of that intimate pleasure.
I was indeed quite sure that gooseberries could go just as well with something else. Perhaps the answer wasn't in the cordial, but in the connection I made with France. And so, my mind run fast, and reached the most French-sounding dessert to me: clafouits. It somehow reminds me of a French lady, chic and simple, elegant and consistent, never wrong, never inappropriate. Surely, not with gooseberries.
The recipe came along with the idea. I found a good one and made it presque à la lettre, loving every single bite of it, and actually thinking that elderflower syrup would have probably worked well in it, especially with a dollop of crème fraiche on top. Let say it would have been as a cologne to that lady --the final touch that enhances her charm without altering her natural beauty. Anyway, no matter if you have or even like elderflower syrup, this clafoutis will make the best of your gooseberries, binding them in a creamy, light and elegant base, a bit French and a bit exotic, like a Baudelaire poem, or a Gauguin paint.
Preheat the oven to 400F. In a large bowl, whisk the eggs with coconut milk, sugar, salt and vanilla until well blended. Then, add the flour and stir until incorporated. Grease a 9-inch pie/tart pan and pour the batter into it. Sprinkle the gooseberries evenly onto the batter. Bake for about 45 minutes, then broil on high for about 2 minutes, until golden brown and puffy. Remove and let cool a little bit before serving with a generous dusting of powdered sugar.
La mia prima esperienza con lo sciroppo di fiori di sambuco fu in Francia, in una piccola fattoria di suini vicino a Digione che ho visitiato durante il corso di Scienze Gastronomiche. Lì, ho avuto uno dei pranzi più sconvolgenti della mia breve esistenza, tutto a base di charcuterie freschissima fatta in casa con la carne dei loro maiali. Grandi vassoi di paté en croute, jambon persillé, rillettes e altro ancora erano attaccati voracemente dai famelici studenti, reduci da una giornata sulle loro gambe, fino a che l'ultima briciola era sparita. Di contorno, una terrina di insalata dell'orto, grande eppure sempre troppo piccola per poter mettere a dormire il nostro bosogno cronico di fibre e vitamine. Meglio di niente, e giustamente, il pranzo era incentrato sul maiale, non certo sulla lattuga. Vi ho detto del pane? Pain de campaigne come mai avevo visto prima, croccante, con quel profumo di fumo da forno a legna, e la mollica aperta, dolce e soda come un frutto maturo. Ad un certo punto, era difficile dire se si continuasse a mangiare rillettes perché c'era ancora pane, o se si prendesse altro pane per finire le rillettes. Nel dubbio, si è andati avanti fino a che tutto era pulito. Mentre i vassoi uscivano di scena con sopra solo il ciuffo decorativo di prezzemolo, in tavola arrivarono due ciotole capienti, una con dentro una collina di fromage blanc, l'altra con un lago di crème fraiche, per dessert ovviamente. La questione, a quel punto, non era se si volesse o meno il dessert, essendo scontato che nessuno avrebbe rifiutato cotanto dono degli Dei, quel miracolo di latte, quella decadente candida perfezione. Piuttosto, si doveva decidere cosa metterci sopra: sale, per gli oltranzisti del sapido, zucchero di canna per chi il dessert lo voleva dolce, e un certo sciroppo di fiori di sambuco per i romantici curiosi. Io, che sono entrambe le cose, mi sono lanciata su quest'ultimo. Il suo aroma floreale e il gusto elegante e delicato mi conquistarono alla prima cucchiaiata: la cremosità acidula del fromage blanc e della crème fraiche andava d'incanto con la dolcezza aromatica dello sciroppo, creando una combinazione dalla bontà disarmante. Ricordo che lo mangiai piano, un piccolo cucchiaio alla volta, assaporando soprattutto l'ultimo, e pensando che magari, ci sarebbe stato posto per un altro po' di quell'intimo piacere.
Ma sto divagando. Questo post dovrebbe raccontare, infatti, dell'uva spina che ho trovato un bel giorno al mercato dei contadini, e di di come non abbia resistito alla tentazione di comprarne in cestino, nonostante non sapessi bene che cosa mi sarebbe venuto tra le mani. Pensavo, giustamente, che avrei cercato lumi in un secondo momento. Quindi, seduta comodamente (secondo i miei canoni, che vedono gambe posizionate nei modi più impensabili) sul divano di casa, ho iniziato la mia ricerca, che mi ha portato prima a scoprire che l'uva spina è molto diffusa nel nord della Gran Bretagna, sia allo stato selvatico che coltivato, per via del microclima ideale, tanto da riuscire a soddisfare la domanda della capitale e dintorni; e poi a notare che in questa stagione è molto popolare nei dolci, specialmente in abbinamento con lo sciroppo di fiori di sambuco. Pareva proprio essere un'abbinamento very British, e per quel che ne sapevo io, migliaia di bottigliette zuccherine potevano benissimo sedere nelle dispense dei miei vicini nel raggio di chilometri. Solo allora, mi sono ricordata dell'episodio della fattoria francese: quella è stata la prima e l'ultima esperienza con quello sciroppo. E, a dirla tutta, mi piaceva che fosse così, un episodio unico, inciso con dolcezza nella memoria.
L'uva spina sarà certo buona con qualcos'altro, ho pensato. E riflettendo sul da farsi, sono arrivata alla conclusione che magari la risposta non era nello sciroppo, ma in quel collegamento che subito ho fatto con quel ricordo che parlava francese. Da lì in poi, la strada è stata in discesa, la risposta servita su un vassoio d'argento: clafouits. Un dolce che, ogni volta che ci penso, mi ricorda un po' una donna d'oltralpe, chic eppur semplice, elegante, mai sbagliata, mai sopra le righe. L'uva spina non le avrebbe certo torto un capello.











